Tasse, con il concordato preventivo del governo pagheremo meno?

Lo scorso 9 febbraio 2023, in un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore, la premier Giorgia Meloni ha usato un’espressione molto forte per descrivere l’obiettivo principale del suo governo per quanto riguarda la lotta all’evasione fiscale. Dopo aver dichiarato che “occorre rivoluzionare il rapporto tra il fisco e il singolo contribuente per fare in modo che le pratiche scorrette si combattano prima ancora che vengano realizzate”, la presidente del Consiglio ha elencato le diverse proposte che il suo esecutivo intende introdurre nel nostro sistema legislativo per diminuire la quota del valore sommerso, che da tempo in Italia si aggira tra gli 80 e i 100 miliardi di euro ogni anno.

“I precedenti governi – ha proseguito la leader di Fratelli d’Italia – hanno portato avanti la lotta all’evasione fiscale puntando su sistemi poco efficaci e incentrati sulla riscossione, ma senza ottenere risultati significativi”. La sua idea, invece, è quella di “far parlare in modo preventivo l’amministrazione finanziaria con i cittadini”. Una strategia che punterebbe tutto “sugli strumenti in grado di favorire l’adempimento spontaneo“. Dunque, una sorta di patto sulla fiducia tra l’erario pubblico e i singoli soggetti interessati. “Per le piccole e medie imprese – ha concluso Giorgia Meloni – arriveremo all’istituzione di un concordato preventivo biennale“.

Che cos’è il concordato preventivo biennale

Ed è qui che molti lettori ci hanno chiesto spiegazioni. Che cosa intende l’inquilina di Palazzo Chigi quando parla di quest’ultimo strumento? Secondo l’interpretazione fornita dai responsabili economici del suo partito (in primis dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo), il concordato preventivo tra Stato e cittadino dovrebbe prevedere questo iter: le agenzie fiscali – con tanto di banche dati a disposizione – sarebbero autorizzate a formulare una stima del reddito lordo su cui il singolo contribuente deve pagare le tasse nei due anni successivi. Di qui in avanti, la partita si gioca tutta sulle valutazioni della persona fisica: se accetta il valore ipotizzato, non dovrà pagare nessuna altra imposta sull’eventuale eccedenza e non verrà sottoposto ad alcun genere di accertamento.

Ebbene, la premier può legittimamente parlare di “una vera e propria rivoluzione“, se non altro perché nessuno fino ad ora ha mai nemmeno sussurrato l’ipotesi di introdurre un meccanismo di questo tipo nel nostro sistema fiscale. Il cruccio però è relativo all’applicabilità del concordato preventivo biennale. Infatti, nelle ore immediatamente successive all’uscita dell’intervista, diversi esperti di politiche economiche – a cominciare da Maria Cecilia Guerra, deputata del Partito Democratico e già sottosegretaria al ministero del Lavoro del governo di Mario Monti – hanno espresso parecchi dubbi sulla validità (tanto quella fattuale, quanto quella etica) della proposta di Fratelli d’Italia.

I dubbi sul concordato preventivo biennale

La questione infatti non è solo di carattere prettamente tecnico. Diversi problemi sembrano sorgere anche da un punto di vista morale, se si pensa che la totale assenza di controlli potrebbe invogliare moltissimi cittadini ad accettare la soglia di pagamento formulata dall’Agenzia delle entrate così da poter contare su una libertà massima in ogni altra azione nei confronti dell’erario pubblico. Sono in molti, dunque, ad avere forti dubbi sulla convenienza di questa strategia per le casse statali.

Il rischio concreto pare infatti quello di trasformare uno strumento per far emergere le mancate dichiarazioni in una sorta di “smacchiatore” per i contribuenti disonesti. Questo per un motivo molto semplice: un potenziale evasore potrebbe trovare conveniente giungere ad un patto con lo Stato per il versamento di una quota concordata di imposte, dato che da lì in poi non avrebbe più alcun obbligo di pagamento per i successivi due anni. Potendo quindi continuare a compiere i propri atti illeciti e contando inoltre su un’attenzione più attenuata da parte degli organi deputati al controllo. L’evasione rischia di non scendere, e con essa anche le tasse.

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