Fisco, per chi cambiano le aliquote Irpef

Nelle stesse ore in cui il governo è impegnato nella partita per la gestione dei flussi migratori (con la premier Giorgia Meloni stretta tra gli attacchi delle opposizioni e le resistenze degli alleati europei), i responsabili del ministero dell’Economia stanno lavorando a ritmi serrati per definire i dettagli della riforma fiscale annunciata dopo l’ultima riunione di maggioranza. “Una rivoluzione che cambierà per sempre il rapporto tra i cittadini e il Fisco“: così l’hanno definita a Palazzo Chigi, ponendo l’attenzione sulle norme che porteranno ad un sistema di tassazione sempre più semplificato.

L’obiettivo è quello di permettere a tutti i contribuenti e i soggetti economici del nostro Paese (a partire da folto reticolato di piccole e medie imprese) di conoscere in anticipo la quota di imposte che dovranno versare nelle casse dello Stato negli anni successivi. È questo il sentimento che sta alla base del concordato preventivo biennale di cui ha parlato la presidente del Consiglio, grazie al quale le aziende potranno stipulare un accordo preliminare con l’Agenzia delle entrate per pagare un valore predefinito calcolato in base ai guadagni riportati negli scorsi mesi.

Riforma fiscale, il piano del governo Meloni

Ma il fulcro centrale della delega fiscale è quello che riguarda la riforma delle aliquote IRPEF. Attualmente sono 4:

si applica il 23% ai redditi fino a 15mila euro annui;
il 25% per chi dichiara fino a 28mila euro l’anno;
il 35% per i cittadini che guadagnano ogni anno fino 50mila euro;
il 40% per i contribuenti che dichiarano un reddito annuo superiore a 50mila euro.

Ebbene, dal dicastero di via XX Settembre fanno sapere come l’esigenza primaria sia quella di abbassare le fasce di reddito da 4 a 3. Da qui non ci si muove, ma il problema sta nel capire come verranno modellate. Le ipotesi sul tavolo al momento sono 3 e tutte, per l’appunto, prevedono 3 diverse aliquote.

Come cambiano le aliquote Irpef con la riforma fiscale

Il primo caso in esame prevede una tassazione al 23% per tutti i redditi fino a 15mila euro, con una crescita dell’aliquota al 28% per i contribuenti che dichiarano fino a 50mila euro. Per quelli superiori a questa soglia, si rimarrebbe all’attuale 40%. Le differenze più marcate rispetto allo status quo le avrebbero coloro che gravitano nella fascia di mezzo: un dipendente che dichiara 35mila euro pagherebbe un’Irpef circa 7.600 euro, mentre un autonomo andrebbe a spendere oltre 1.100 euro in più.

Uno scenario simile è quello inserito nella seconda possibilità di riforma, in cui la fascia più bassa al 23% verrebbe innalzata a 28mila euro, con il 33% per i redditi fino a 50mila euro e la solita tassazione al 43% per chi dichiara oltre 50mila euro l’anno. Anche qui, per riproporre l’esempio di un lavoratore da 35mila euro di reddito, si verrebbe a creare una forbice di circa 1.200 euro tra il valore delle imposte di un dipendente rispetto a quello di una partita iva. Entrambi, comunque, risparmierebbero sui 400 euro annui rispetto al sistema tutt’ora vigente.

Nella terza ed ultima ipotesi, le tre fasce per il saldo dell’Irpef verrebbero impostate in maniera molto simile a quelle fin qui descritte, ma con un abbassamento del valore percentuale per i redditi fino a 28mila euro (si pensa al 15%) e un contestuale aumento al 35% per tutti i contribuenti che dichiarano fino a 50mila euro annui. Invariata invece la soglia al 43% per i lavoratori con guadagni superiori. Secondo gli esperti, quest’ultima congettura sarebbe quella con cui i contribuenti più in difficoltà andrebbero a risparmiare di più, ma al momento non vi sono certezze.

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